Ricordo di Giuseppe Del Torre
- INVITO 27 ottobre 2010 - Ca' Foscari, Aula Baratto
Ricordo di Giuseppe del Torre
16.00 Introducono Carlo Carraro (Rettore dell'Università Ca' Foscari Venezia), Giorgio Ravegnani (Direttore del Dipartimento di Studi Storici)
16.30 Consegna premi di laurea "Giuseppe Del Torre"
17.00 Roberto Bizzocchi (Università di Pisa), Giorgio Chittolini (Università di Milano)
Presentazione del libro di Giuseppe del Torre, Patrizi e cardinali. Venezia e le istituzioni ecclesiastiche dell'età moderna, Franco Angeli, 2010.
Giuseppe Del Torre è scomparso il 26 ottobre 2009 ad appena 50 anni. Da molto tempo lavorava ad una ricerca che avrebbe colmato una lacuna storiografica, attorno al rapporto fra laici ed ecclesiastici nella Repubblica di Venezia, tra gli anni della conquista dello stato da terra a inizio Quattrocento, fino agli ultimi decenni del secolo seguente.
La spinta verso tali temi era nata subito dopo i suoi due primi libri sulla riorganizzazione dello stato veneziano e della fiscalità della Repubblica a seguito della crisi di Cambrai. Si era accorto allora della necessità di affrontare su un più lungo periodo, al di là dei miti, il complesso rapporto che andava articolandosi tra lo stato veneziano e le istituzioni ecclesiastiche. Il governo di una realtà complessa come quella della terraferma veneta, che nel corso del Quattrocento si era estesa dal Friuli a Brescia e a Bergamo, aveva imposto ai governanti veneziani, da subito, scelte difficili. Fra le spinte che potevano aver promosso l’espansione c’era l’esigenza di tutela della città mercantile e dei suoi commerci mediterranei attraverso la costruzione di un ampio retroterra. Una necessità difensiva e comunque non centrata su una strategica e consapevole volontà di costruzione statale, aveva determinato nei primi decenni del governo veneziano una certa oscillazione nelle opzioni di fondo nei diversi settori della politica fiscale, dell’amministrazione della giustizia, nella gestione delle res ecclesiae.
Tali elementi sono al centro dell’attenzione di Giuseppe Del Torre. A partire dalla metà del Quattrocento, l’incertezza e l’intermittenza decisionale che riscontriamo alla lettura delle carte di organi sovrani – il Collegio, il Senato, il Consiglio dei Dieci – utilizzate con continuità nelle pagine del volume che presentiamo, lascia il posto a opzioni più coerenti, a modalità di intervento più stabili e continuative. E tuttavia – evidente filiazione di quell’originario imprinting – rimase nella storia costituzionale della Serenissima una forte tensione fra compromesso e imposizione, fra mediazione e autoritarismo. Attraverso quali strumenti – istituzionali, normativi, retori- co-ideologici – ottenere legittimazione da parte di sudditi tanto renitenti ad obbedire? Come conciliare il diritto veneto, pragmatico e antidogmatico, con il diritto ‘romano-imperiale’, tecnico e dotto, che si annidava fin negli statuti delle città soggette e garantiva privilegi e autonomie territoriali? E – interrogativo che si pone al cuore della ricerca di Giuseppe Del Torre – come modulare le opzioni di fondo nel campo delicatissimo dell’occupazione e della gestione dei benefici ecclesiastici, tanto importanti per il prestigio e l’autorità che attribuivano a chi li deteneva, ma anche strumento di controllo delle ‘fedeltà’ locali, dell’ordine pubblico? Occorreva consentire che in quei decisivi gangli della vita dello stato potessero sedere sudditi dello stato da terra, o, al contrario, era opportuno decidere che, proprio nel campo della politica beneficiale, si dovesse imporre il marchio della sovranità, attraverso una sorta di ‘privativa’ a favore dei veneziani?
Sono questi i dilemmi di fondo, che la ricerca di Giuseppe intende ricostruire e articolare, collocandoli, come tessere di un mosaico, nella questione dei rapporti con il capo di uno stato del tutto particolare, il Papa, che, nello stesso periodo dell’esperimento statale veneziano qui evocato, stava costruendo un suo spazio statale, ma soprattutto stava elaborando una teoria teologico-politica della sovranità, e una connessa pratica di potere di cruciale importanza per la storia italiana di quel secolo e di quelli successivi.
Quella di Giuseppe Del Torre è dunque una ricerca difficile, obbligata a spostare continuamente il fuoco dell’analisi, proprio per la sua esigenza di comprensione ampia. Così restrizioni del campo ottico – studi di casi, storie di famiglie – devono necessariamente alternarsi alla riflessione intorno ai grandi temi del sorgere e dell’articolarsi degli stati territoriali, e del ruolo e dell’influenza della Chiesa di Roma nella vita degli italiani. Minute vicende che raccontano la caccia ad una qualche prebenda ecclesiastica, con il seguito consueto di rancori, invidie, ritorsioni, incrociano momenti alti della storia civile e intellettuale. Dallo sperimentalismo di inizio Quattrocento per cui un ceto politico, quale quello veneziano, dai contorni ancora non del tutto definiti, si interrogava sui modi con cui ‘tenere lo stato’, alla più tarda riflessione di Paolo Sarpi intorno al dilemma rappresentato dall’essere allo stesso tempo cittadini di Repubblica e cristiani, e alle possibili conseguenze di decisioni laceranti. L’arco dell’inchiesta voleva essere questo: raccontare nel dettaglio percorsi individuali e strutture; descrivere istituzioni e raccontare conflitti; misurare la concreta dimensione economica della questione beneficiale e far parlare i protagonisti.
Giuseppe, tuttavia, da diverso tempo esitava a chiudere il suo lavoro. Temeva forse di non aver visto ‘tutto’, di aver smarrito qualche filo del discorso che avrebbe potuto renderlo più perspicuo, di non aver reso adeguatamente un quadro preciso e allo stesso tempo evocativo sulla scia dell’insegnamento di un grande studioso quale Marino Berengo di cui era stato allievo.
Da tempo aveva messo a punto una versione “provvisoria”, su cui però tornava con insistenza, rivedendo, riscrivendo, integrando. Quando la sua vita è stata troncata in modo tanto iniquo i curatori di questo volume si sono chiesti se pubblicare o meno queste pagine. Se cioè ritenere concluso quello che Giuseppe non riteneva ancora tale. Fra gli appunti e le stesure, le cancellazioni e le riscritture, le indicazioni di serie archivistiche da vedere, di letture da compiere, di interrogativi da risolvere, diffuse nelle carte di Giuseppe, c’è senza dubbio il senso di un’insoddisfazione, la tensione alla ricerca di un cardine più sicuro.
Più volte abbiamo cercato di convincere Giuseppe a mollare gli ormeggi, a dare alle stampe il suo lavoro così com’era, senza mai riuscire a convincerlo. Dopo la sua scomparsa un anno fa, ripercorrendo il suo deposito di scritture inedite, abbiamo deciso di compiere questa piccola violenza editoriale, nella convinzione che la sua fosse comunque un’ottima ricerca, del tutto originale, condotta interamente su materiali di prima mano.
Il testo, dunque, che segue costituisce quindi questa prima versione del lavoro, pronta già nel 1999, sulla quale Giuseppe stava intervenendo in profondità. Lo schema che pubblichiamo nell’appendice II dà l’idea di ciò che si era ripromesso di fare ed evidenza le notevoli differenze rispetto alla versione che vede ora la luce. A questa abbiamo ritenuto utile unire, nell’appendice I, il saggio nato all’interno della stessa ricerca Carriera politica e benefici ecclesiastici in una famiglia veneziana del primo Cinquecento: Zaccaria e Lorenzo Gabriel, già edito nel volume miscellaneo Per Marino Berengo: studi degli allievi, a c. di L. Antonielli, C. Capra, M. Infelise, Milano, FrancoAngeli, 2000, pp. 159-181.
Non sappiamo se Giuseppe sarebbe stato contento delle scelte che abbiamo preso a suo nome. A noi è sembrato il minimo che si potesse fare nel ricordo sempre vivo di una lunga amicizia, nell’illusione di poter proseguire un dialogo troppo presto interrotto.
Venezia, 6 luglio 2010
Mario Infelise
Alessandro Pastore
Alfredo Viggiano
